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Condono edilizio pendente: i nuovi abusi possono bloccare la sanatoria

Redazione il

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Una domanda di condono edilizio ancora in attesa di risposta non mette al riparo da qualunque intervento successivo sull’immobile. Il punto pratico è questo: se dopo la richiesta vengono realizzate nuove opere non autorizzate, la vecchia sanatoria può diventare inutilizzabile e il Comune può arrivare all’ordine di demolizione. Lo ha ribadito il Tar Sicilia, sezione staccata di Catania, con la sentenza n. 1634 del 2026, respingendo il ricorso di un proprietario contro un provvedimento comunale.

Per chi vive in una casa con pratiche edilizie pendenti, la decisione è importante perché separa due situazioni molto diverse. Se l’abuso oggetto della domanda resta quello originario, il Comune deve esaminare l’istanza prima di sanzionare l’opera sanabile. Se invece lo stato dei luoghi cambia per effetto di altri lavori abusivi, l’ente non è più davanti allo stesso immobile descritto nella domanda: questo può rendere la richiesta inammissibile e aprire la strada alla demolizione.

Il caso esaminato dai giudici

La vicenda nasce da controlli tecnici della Polizia Municipale dopo una segnalazione. Durante i sopralluoghi sono state rilevate opere eseguite nel tempo senza i necessari titoli edilizi. Tra gli interventi contestati figuravano una vasca interrata in cemento armato, locali destinati a spogliatoi e servizi igienici per 72 metri quadrati, depositi con tettoie, scale di collegamento e ampliamenti volumetrici dell’immobile principale.

Il proprietario ha sostenuto che le domande di condono già presentate e ancora non definite avrebbero dovuto bloccare l’azione sanzionatoria del Comune. In altre parole, secondo questa impostazione, finché la pratica non era conclusa l’ente non avrebbe potuto ordinare la demolizione. I giudici hanno respinto questa lettura: la pendenza di una richiesta di condono non autorizza a proseguire con altri lavori irregolari e non impedisce al Comune di intervenire quando emergono abusi successivi.

Perché i lavori successivi pesano sulla pratica

Il nodo non è soltanto la presenza di nuove opere, ma il fatto che queste modificano materialmente l’immobile e il terreno. La domanda di condono riguarda una certa situazione, fotografata al momento della richiesta. Se dopo quella data vengono aggiunti volumi, locali, tettoie o altri manufatti non autorizzati, i tecnici comunali possono non essere più in grado di ricostruire con certezza com’era l’immobile quando la pratica è stata presentata.

La conseguenza, secondo il principio richiamato nella decisione, è severa: gli abusi successivi possono far venir meno la possibilità di accogliere il condono precedente. Non si tratta quindi di una semplice sanzione separata per i nuovi lavori. Nel caso esaminato, l’effetto indicato è l’ordine di demolizione delle opere abusive, comprese quelle per cui era stata invocata la sanatoria e quelle realizzate dopo. Il dato da tenere a mente è che una pratica pendente non è uno scudo per trasformare ulteriormente l’immobile.

Per leggere la situazione in modo concreto, conviene distinguere i casi principali:

  • Domanda già presentata: copre solo le opere indicate nell’istanza, non lavori aggiunti in seguito senza titolo.
  • Nessun abuso successivo: il Comune deve valutare la pratica prima di applicare sanzioni sull’opera potenzialmente sanabile.
  • Nuove opere irregolari: possono rendere impossibile la verifica dello stato originario dell’immobile.
  • Modifica dei luoghi: ampliamenti, locali, depositi, scale o tettoie possono incidere sull’esito della sanatoria.
  • Ordine di demolizione: può riguardare tutte le opere abusive se la domanda diventa non accoglibile.

Il passaggio più rilevante per il proprietario è il secondo: non basta dire che “c’è un condono aperto”. Serve che l’immobile sia rimasto coerente con quanto dichiarato nella domanda. Se nel frattempo sono stati realizzati interventi non autorizzati, anche opere che sembrano accessorie possono entrare in una valutazione complessiva dell’abuso edilizio.

Cosa deve fare chi ha una pratica aperta

Chi ha una vecchia domanda di condono o una pratica di sanatoria pendente dovrebbe prima di tutto recuperare copia dell’istanza, degli elaborati grafici e degli eventuali protocolli comunali. Poi deve confrontare quei documenti con lo stato attuale dell’immobile: superfici, volumi, destinazioni d’uso, tettoie, locali accessori, scale, depositi e manufatti esterni. Se qualcosa è cambiato dopo la domanda, è prudente fermare ogni ulteriore intervento e chiedere una verifica tecnica prima che arrivi un sopralluogo o prima di presentare nuove comunicazioni.

Il controllo va fatto anche quando le opere sembrano minori. Una tettoia, un bagno ricavato in più, un locale esterno o una vasca interrata possono non avere lo stesso peso urbanistico, ma se fanno parte di una trasformazione più ampia rischiano di compromettere l’intera posizione. Nel caso deciso, tra le opere contestate c’erano anche ambienti di servizio e strutture collegate all’immobile principale: non solo una singola difformità isolata.

La regola pratica è semplice: finché il Comune non ha deciso sulla domanda, l’immobile non dovrebbe cambiare rispetto a quanto dichiarato. Se servono lavori urgenti, manutenzioni o interventi di sicurezza, vanno valutati con un tecnico e con il titolo edilizio corretto, senza dare per scontato che il condono pendente li assorba. Chi ha ricevuto un ordine di demolizione deve inoltre rispettare i termini indicati nel provvedimento e valutare rapidamente, con assistenza tecnica e legale, se esistono motivi concreti per contestarlo.

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